La neve, il gelo e l’amore

09/02/2012

Vista del monte Soratte


Guarda come candido d’alta neve

s’erge il monte Soratte.

I boschi, ormai fiaccati, si son piegati

sotto il peso del bianco manto.

Persino i fiumi non scorron più,

stretti dal pungente gelo.

Caro Taliarco, scaccia il freddo:

ammucchia prodigo la legna sul fuoco,

mesci generoso un buon vino invecchiato

da una raffinata anfora sabina.

Lascia che a tutto il resto pensino gli dei:

dopo che avran deviato gli agguerriti venti

sul mare in tempesta, non faran più agitare

delle foreste le antiche chiome.

Ti chiedi cosa riservi il domani? Lascia stare.

Ogni giorno di cui la sorte ti farà dono,

consideralo tanto di guadagnato.

E tu, ragazzo, non rifiutare

i dolci amori e le fervide danze.

Approfitta finché la noiosa vecchiaia

diserta della giovinezza i verdi campi.

È questo il momento di far chiasso in piazza,

di giocare all’aperto e sul far della sera,

di cercare i lievi sussurri di lei.

È questo il momento, all’ora dell’appuntamento,

di tender l’orecchio alla sua dolce risata che,

nascosta nell’ombra di un angolo buio,

apposta la tradisce e tu, dalle sue braccia

e dal suo dito che giocosamente ti respinge,

strappi la promessa di un altro incontro d’amore.

Carmina I, 9 di Quinto Orazio Flacco

Ho tradotto questa ode di Orazio in maniera libera, tentando di rendere il mood, l’atmosfera che doveva comunicare quando è stata scritta piuttosto che badare pedissequamente al dettato originale. Nessuna forzatura tremenda chiaramente, ma – un esempio su tutti – a una “anfora sabina a doppio manico” (sabina […] diota nel testo originale) ho preferito un più generico ma efficace ed immediato “raffinata anfora sabina”. Nessun tentativo di restituire la metrica latina, completamente differente da quella italiana: da qui la scelta di evitare un metro preciso nella traduzione. Qui, per chi mastica un po’ di latino, il testo originale. Sul piano contenutistico, il componimento fonde magistralmente un paesaggio invernale dipinto con sapienti e rapide pennellate al tema tipicamente oraziano del carpe diem, del cogliere l’attimo e del vivere alla giornata, più che mai attuale in tempi come i nostri.

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