Good night, London

31/01/2012

Sarà che il freddo inizia a farsi sentire, sarà che la mente torna in automatico a momenti più caldi, Sarà quel che sarà, cantava Tiziana Rivale durante Sanremo ‘83. Sarà tutto questo, o forse che un amico mi ha parlato di un recente viaggio in terra di Albione. E dell’Inghilterra la mia mente ricorda la regina incontrastata, la città sovrana, la lady, fucina di menti, musiche e personaggi eccelsi. La mia mente torna a Londra, al suo primo impatto, quando a fine settembre, qualche anno fa, ci misi piede riluttante e tornai innamorato di lei, del suo mood unico. Si affacciano alla mia mente impressioni, nel significato più pittorico del termine: quadretti colorati, pennellate rapide, atmosferiche, attimi rubati al costante e incurante fluire del tempo. Luci, ombre e contrasti from London, prese rigorosamente dal cassetto dei ricordi del primo giorno. Perché quello che viene dopo non è più un’impressione.

Ta-clang Ta-clang. Ta-clang ta-clang. Lo sferragliare dello Stansted Express, con i colori caldi, pre-autunnali, della campagna che attraversa. Il rosso, il marrone, il giallo della vegetazione che inizia a morire: qui sembra che la stagione delle nebbie faccia presto ad arrivare. L’acqua chiara dei piccoli ruscelli, sulle cui rive si distingue il raro verde delle poche piante che si ostinano a resistere ai primi rigori, che attendono ancora un po’ prima di cambiarsi d’abito per l’autunno ormai alle porte.

Il grigio delle case tipicamente English tutte uguali, la cui tonalità vira ora verso il nero, ora verso il bianco. Altre macchie bianche, cavalli di razza a spasso dentro i loro recinti. Dal finestrino ti vengono incontro i sobborghi di Londra, squallidi, ma di uno squallore inglese, che non si sa come mantiene una sua dignità, se ci può essere dignità nello squallore. Beh, qui in England di certo. Un grigio nobile decaduto nella sua desolazione. Il tutto che ti passa accanto, sfrecciando come se non volesse farsi catturare.

Blu. Blu Oyster Card, tessera magica che passi sugli appositi pad e ti spalanca la metropolitana. Rosso, azzurro, verde, nero… i colori delle linee che si intrecciano si mescolano, linee che ti guidano, ti portano a destinazione. Come la tavolozza di un pittore rinchiuso nel sottosuolo che compone sulla tela un mosaico di colori che ritragga, in quel mondo sotterraneo, la superficie. Colori, altri colori, come il menù cromatico del ristorante di sushi a Leicester Square, che ti comunica cosa è alla portata delle tue tasche, cosa no. E poi di nuovo negli abissi della velocità, un cerchio rosso, una linea blu lo spacca a metà, ancora i colori di un dedalo di rotaie, un altro menù: il menù più speciale che c’è, quello della città, la città di London, la città di cui hai già una fame inestinguibile.

Mind the gap, please mind the gap. Altoparlanti, voci delle radici di Londra, metropolitana, basker che schitarrano con competenza One dei Metallica o soffiano nel giallo oro cromato di un sax che ha vissuto chissà quali avventure le mille note nere di un assolo jazz. Magari invece era il tema di un famoso pezzo jazz, ma io di jazz – ahimé – non me ne intendo. Tutti nel loro apposito spazio dedicato, i basker, agli incroci della subway. Agli incroci, come il diavolo. Diavoli della musica del sottosuolo. Mind the gap, please mind the gap.

Beep, peeeee, wroooom, ding ding, blablabla. Rumore, rombi, esplosioni di clacson, vociare confuso in una lingua che sulla carta hai studiato, ma che ora non ti serve più, anzi no, una babele di lingue, tra cui riconoscerai di certo anche l’italiano, a migliaia di miglia da casa. Spazio aperto, incrocio, edifici in stile vittoriano, megaschermi. Brulicare di gente, che corre mangia chiacchiera compra urla predica La fine del mondo è vicina. Una drag queen dal dubbio gusto in posa statuaria tenta di convincere gli impassibili bobbies che non sta facendo nulla di male. Picadilly Circus. Il centro di Londra. Il cuore pulsante di Londra. Tu-tump, tu-tump. Rosso. Le cabine del telefono. Nero come la pece, macchiato da oro consumato dallo smog: i taxi. Il traffico di Londra. Uguale a tutto il resto del mondo. Il problema è che all’arrovescio. Un traffico speculare.

Esplosioni. No, non clacson ora. Esplosioni etniche, esplosioni cromatiche, esplosioni olfattive. E’ il grande circo/crogiolo culturale/meltin’pot messo in atto all’istante: il Camden Market, calderone dove il sublime sposa l’infimo, Babele di oggetti. Carnevale perenne. E’ una violenza ai sensi, continua, ininterrotta. Profumo di hamburger preparati a mano si mescola con noodles thailandesi, capre africane in salsa chissaché ti passano sotto le narici saltellando con involtini primavera fritti strafritti, sushi giapponese si confonde con crauti e würstel. Nero, marrone, giallo, rosa, bianco. I colori delle persone. Tutto mescolato insieme, tutto mescolato alla merce esposta.

Frshhhhhhhhhhhhhhhhhh. Cipolla sfrigolante. Rosso ketchup. Bianco e azzurro, il grembiule del preparatore di un ottimo hot-dog lungo la strada. Oro, oro ammiraglio Nelson. Bianco, tanto bianco, musei, fontane giganti, verde erba di prato all’inglese. E come, altrimenti? In un colpo d’occhio Trafalgar Square, immersa nel nero della notte, le luci inebrianti del traffico.

Verde, verde Brewmaster, pub dove mi spillano un marrone ristoratore, un marrone godimento, un marrone scuro. Scuro Guinness. Ahhh, la Guinness appena spillata. Con competenza, aggiungerei. Luci un po’ più confuse mentre torno all’ostello: la stanchezza e un numero imprecisato di pinte. Rumori della notte, appena più ovattati di quelli del giorno. Un pugno in un occhio, l’arancione fluorescente dei muri dell’ostello low-cost. Due ragazzi si baciano violentemente lungo le scale.

Ta-clack: entro nella mia stanza, la finestra aperta da cui filtra l’aria frizzante della notte londinese. Le palpebre si chiudono.

Nero.

Good night, London.

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