Un’intensa giornata di lavoro

27/01/2012

Il primo vento freddo di fine ottobre sferzava le orecchie pelose di Immanuel, bancario berlinese di 53 anni. Un uomo tutto d’un pezzo, tutto casa e lavoro. Niente moglie, niente figli. Il sottile mormorio di colleghi, vicini di casa e amici circa una sua presunta omosessualità lo infastidiva appena. Col tempo aveva imparato a non darci peso. Poi, ora come ora, gli sembravano questioni insignificanti.

Un vero lavoratore. Immanuel quel giorno si era svegliato come al solito di buon mattino, la sveglia fissata alle 4 e 45 minuti. Si era vestito in fretta, pantaloni e casacca che iniziavano a essere lisi, ma non importava. Poi la colazione: un appuntamento consueto con una brodaglia che veniva chiamata caffé. “Eh, il caffé all’italiana è ben altro”, si ripeteva memore del ricordo di quella bellissima vacanza in Italia. Inghiottì il suo mezzo litro circa, non c’era altro, e via al lavoro.

Uno stakanovista lo era sempre stato, quindi per lui non era di certo un problema presentarsi per le 6. Non era un problema neppure fare sette ore filate di lavoro. Il lavoro era il suo compagno da una vita. Pazienza, quello di prima era migliore, certo: non era un’occupazione in cui bisognava sporcarsi le mani, e lui odiava sporcarsi. Ma ora il convento passava questo, e lui si adattava, pur provando repulsione per la sporcizia, il sudore e gli odori che stare in quel nuovo posto comportava.

Ore 13. Il pranzo, finalmente: via, in marcia coi colleghi verso la mensa. Dopo sette ore lo stomaco si lamentava, specie dopo la misera colazione che era abituato a fare. Un bel minestrone. Certe volte puzzava di marcio, certe volte gli aveva fatto venire i crampi allo stomaco. Era sicuro che nelle cucine lesinavano sulla qualità delle verdure, ma non si sarebbe mai sognato di protestare. Il dipendente modello.

Ore 14. Via, di nuovo in marcia per tornare al lavoro con i compagni e poi stare lì, a testa bassa, fino alle 19. Altre cinque ore di lavoro intenso. A fine giornata, dopo tutta quella fatica, non desiderava altro che darsi una lavata, uno che teneva all’igiene personale come lui. Levarsi di dosso la polvere, il sudore di una giornata di lavoro intensa. Di un’intensità che non era paragonabile a quella della banca dove prima era impiegato. “Mi abituerò”, si ripeteva. In quel momento l’unico pensiero fisso era lavarsi, non ne poteva più: il tanfo era insopportabile. Poteva praticamente sentire lo sporco prendere vita sulla sua pelle, sulla sua divisa da lavoro. La sirena decretò la fine delle fatiche quotidiane mentre questi pensieri attraversavano la sua testa.

“Immanuel Gondelmann!”, si sentì chiamare da uno dei suoi capi mentre con piglio asciutto e imprenditoriale continuava a radunare altri suoi colleghi. Una riunione? “Seguiteci”, ordinò uno dei funzionari. Il gruppo di dirigenti e lavoratori iniziò a camminare ordinatamente. Durante il breve tragitto, il primo vento freddo di fine ottobre sferzava le orecchie pelose di Immanuel, un sole malato che tramontava all’orizzonte guardava quella fila di persone in movimento. “Entrate”, disse laconico Herr Grüber nella sua sobria mise grigioverde. La porta che stava di fronte a loro si aprì.

Percorsero un lungo corridoio e all’improvviso una luce forte lo investì. Non riusciva a credere ai suoi occhi: di fronte a lui c’era uno spogliatoio. Panche disposte parallelamente su cui appoggiarsi, su cui lasciare i propri vestiti sporchi. In fondo alla stanza, sulla parete di fronte a lui, una porta con su scritto Dusche. Quella parola lo rimise al mondo. Pregustava già la bella sensazione di pulito, la bella sensazione di essere in ordine. Non poteva desiderare un premio migliore di una zona per l’igiene personale. I capi non avevano chiamato tutti: probabilmente solo chi aveva lavorato sodo aveva accesso a quel luogo. E Dio solo sapeva quanto lui lavorasse sodo.

“Spogliatevi”. Il fatto che i suoi superiori rimanessero lì mentre lui e i suoi compagni si preparavano per lavarsi lo stupì, ma non volle farsi domande. Mentre si levava i pantaloni, un addetto passò e gli consegnò asciugamano e sapone. Di certo non di prima qualità, ma in questo momento non badava di sicuro a queste quisquilie. La giornata di lavoro era stata talmente dura che non si ricordava quando si era fatto un bagno caldo o una doccia per l’ultima volta. Gli sembrava un’eternità. “La stanchezza gioca brutti scherzi alla memoria”, pensò.

Clang. Il rumore che fece la porta in fondo allo spogliatoio lo risvegliò da questi pensieri e i suoi colleghi, tutti quanti nudi, iniziarono a defluire verso la stanza che li aspettava. Li seguì immediatamente. Un altro lungo corridoio, un’altra porta e poi… docce. Docce! Finalmente. Finalmente si sarebbe lavato via quella puzza, quel sudore, quella stanchezza infinita.

Clang. La porta si chiuse dietro Immanuel e i suoi colleghi. Le luci si spensero. “Un black-out”, pensò tranquillo Immanuel. L’attesa mentre tornava la luce avrebbe reso la doccia ancora più piacevole. Ma la luce non tornò.

Fsssssssssssssssss. Immanuel sentì una nebbiolina intorno a sé, niente acqua. “Le docce devono avere un guasto”, si disse spazientito. Colpi di tosse intorno a lui, nell’oscurità. Poi, all’improvviso, una stretta alla gola.

Il primo vento freddo di fine ottobre sferzava la sera. In una baracca adiacente agli spogliatoi, un alto comignolo rettangolare fatto di mattoni iniziava a borbottare una scia nera. Una foglia secca passava davanti a un cancello di gelido ferro che contorcendosi andava a creare la scritta ARBEIT MACHT FREI.

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