Per cause di forza maggiore il nuovo capitolo di Chiliasmo slitta a mercoledì. Per ingannare l’attesa un “catullino” tradotto di fresco:

Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci,

e non più d’un soldo consideriamo

il mormorio dei vecchi bacchettoni.

I giorni possono morire e risorgere,

ma a noi, una volta spenta la nostra breve luce,

non resta che dormire un’unica notte infinita.

Dammi mille baci, poi cento, altri mille

e di nuovo cento, subito altri mille e infine cento.

Poi, quando ce ne saremo dati a migliaia,

per non sapere quanto ci siamo baciati

imbroglieremo il conto, perché nessuno,

invidioso di quanti ce ne siamo dati,

ci auguri una cattiva sorte.

Gaio Valerio Catullo, Carmina, I, 5

Cogli l’attimo

29/02/2012

Tu non chiedere – non è dato saperlo – quale destino

a me, a te, gli dei abbiano riservato, Leuconoè.

E agli indovini babilonesi non rivolgerti neppure.

È tanto più bello accettare qualsiasi cosa sarà,

sia che Giove ci conceda tanti inverni

sia che Giove ci conceda l’ultimo, che ora

il mare affaticato scaglia contro gli scogli.

Sii saggia: mesci il vino e spezza

le grandi speranze in piccoli attimi.

Mentre parliamo, fugge il tempo invidioso:

del futuro non ti fidare, cogli l’attimo.

Carmina I, 11 di Quinto Orazio Flacco, trad. Me Medesimo

Aveva tante cose da dire, questo poeta latino. Tante cose che poi sono state riprese, ridette in tanti altri modi, declinate secondo il gusto del secolo che le accoglieva. Ma il nucleo è qui. Il carpe diem, concetto che più moderno non si può, è qui. È un inno a vivere la vita appieno, quello di Orazio. Il non fidarsi del futuro non significa non pianificare, lasciarsi vivere. Significa costruire giorno per giorno. Vivere gioie e dolori, vittorie e sconfitte sapendo che all’alba è possibile ricominciare. Che il giorno dopo non vale nulla se non hai tratto il massimo da quello prima. E allora versiamoci un buon vino e viviamo. Viviamo e basta.

Invictus

15/02/2012

Sul limitare della notte che mi inghiotte,
Nera come il Pozzo che corre da un polo all’altro,
Se un qualunque dio esiste, io lo ringrazio
Per l’indomabile anima mia.

Nella tremenda morsa delle circostanze
Mai un segno di cedimento, mai un grido di dolore.
Sotto i colpi di bastone della sorte,
Sanguina la mia testa, ma guarda in alto.

Oltre questo luogo di lacrime e d’ira
Nulla attende, se non l’Orrore dell’ombra,
Eppure la minaccia del tempo che passa
Mi trova e mi troverà senza paura.

Non importa quanto stretta sia l’uscita,
Quanti castighi segnati sulla mia condanna.
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Invictus, di William H. Henley

È una poesia che mi ha colpito al cuore dal primo momento in cui l’ho sentita. La sento vicina a tal punto che ho voluto azzardare una traduzione. Scritta dall’autore poco prima della sua morte, deve avere significato tanto per uno come lui che per tutta la vita ha lottato contro un male fisico tremendo. Henley però non si è rassegnato, ha lottato con una forza d’animo straordinaria ed è riuscito a condurre una vita talmente intensa che sul letto di morte, voltandosi a guardare al suo passato, ha composto una poesia di una bellezza e profondità rare.

Qui, per chi mastica l’inglese, lo stupendo originale.

P.S. È ormai noto che questa composizione abbia ispirato anche uno dei personaggi più influenti dell’ultimo secolo, Nelson Mandela, come magistralmente immortalato nel film di Clint Eastwood che porta il nome della poesia.

Vista del monte Soratte


Guarda come candido d’alta neve

s’erge il monte Soratte.

I boschi, ormai fiaccati, si son piegati

sotto il peso del bianco manto.

Persino i fiumi non scorron più,

stretti dal pungente gelo.

Caro Taliarco, scaccia il freddo:

ammucchia prodigo la legna sul fuoco,

mesci generoso un buon vino invecchiato

da una raffinata anfora sabina.

Lascia che a tutto il resto pensino gli dei:

dopo che avran deviato gli agguerriti venti

sul mare in tempesta, non faran più agitare

delle foreste le antiche chiome.

Ti chiedi cosa riservi il domani? Lascia stare.

Ogni giorno di cui la sorte ti farà dono,

consideralo tanto di guadagnato.

E tu, ragazzo, non rifiutare

i dolci amori e le fervide danze.

Approfitta finché la noiosa vecchiaia

diserta della giovinezza i verdi campi.

È questo il momento di far chiasso in piazza,

di giocare all’aperto e sul far della sera,

di cercare i lievi sussurri di lei.

È questo il momento, all’ora dell’appuntamento,

di tender l’orecchio alla sua dolce risata che,

nascosta nell’ombra di un angolo buio,

apposta la tradisce e tu, dalle sue braccia

e dal suo dito che giocosamente ti respinge,

strappi la promessa di un altro incontro d’amore.

Carmina I, 9 di Quinto Orazio Flacco

Ho tradotto questa ode di Orazio in maniera libera, tentando di rendere il mood, l’atmosfera che doveva comunicare quando è stata scritta piuttosto che badare pedissequamente al dettato originale. Nessuna forzatura tremenda chiaramente, ma – un esempio su tutti – a una “anfora sabina a doppio manico” (sabina […] diota nel testo originale) ho preferito un più generico ma efficace ed immediato “raffinata anfora sabina”. Nessun tentativo di restituire la metrica latina, completamente differente da quella italiana: da qui la scelta di evitare un metro preciso nella traduzione. Qui, per chi mastica un po’ di latino, il testo originale. Sul piano contenutistico, il componimento fonde magistralmente un paesaggio invernale dipinto con sapienti e rapide pennellate al tema tipicamente oraziano del carpe diem, del cogliere l’attimo e del vivere alla giornata, più che mai attuale in tempi come i nostri.

Good night, London

31/01/2012

Sarà che il freddo inizia a farsi sentire, sarà che la mente torna in automatico a momenti più caldi, Sarà quel che sarà, cantava Tiziana Rivale durante Sanremo ‘83. Sarà tutto questo, o forse che un amico mi ha parlato di un recente viaggio in terra di Albione. E dell’Inghilterra la mia mente ricorda la regina incontrastata, la città sovrana, la lady, fucina di menti, musiche e personaggi eccelsi. La mia mente torna a Londra, al suo primo impatto, quando a fine settembre, qualche anno fa, ci misi piede riluttante e tornai innamorato di lei, del suo mood unico. Si affacciano alla mia mente impressioni, nel significato più pittorico del termine: quadretti colorati, pennellate rapide, atmosferiche, attimi rubati al costante e incurante fluire del tempo. Luci, ombre e contrasti from London, prese rigorosamente dal cassetto dei ricordi del primo giorno. Perché quello che viene dopo non è più un’impressione.

Ta-clang Ta-clang. Ta-clang ta-clang. Lo sferragliare dello Stansted Express, con i colori caldi, pre-autunnali, della campagna che attraversa. Il rosso, il marrone, il giallo della vegetazione che inizia a morire: qui sembra che la stagione delle nebbie faccia presto ad arrivare. L’acqua chiara dei piccoli ruscelli, sulle cui rive si distingue il raro verde delle poche piante che si ostinano a resistere ai primi rigori, che attendono ancora un po’ prima di cambiarsi d’abito per l’autunno ormai alle porte.

Il grigio delle case tipicamente English tutte uguali, la cui tonalità vira ora verso il nero, ora verso il bianco. Altre macchie bianche, cavalli di razza a spasso dentro i loro recinti. Dal finestrino ti vengono incontro i sobborghi di Londra, squallidi, ma di uno squallore inglese, che non si sa come mantiene una sua dignità, se ci può essere dignità nello squallore. Beh, qui in England di certo. Un grigio nobile decaduto nella sua desolazione. Il tutto che ti passa accanto, sfrecciando come se non volesse farsi catturare.

Blu. Blu Oyster Card, tessera magica che passi sugli appositi pad e ti spalanca la metropolitana. Rosso, azzurro, verde, nero… i colori delle linee che si intrecciano si mescolano, linee che ti guidano, ti portano a destinazione. Come la tavolozza di un pittore rinchiuso nel sottosuolo che compone sulla tela un mosaico di colori che ritragga, in quel mondo sotterraneo, la superficie. Colori, altri colori, come il menù cromatico del ristorante di sushi a Leicester Square, che ti comunica cosa è alla portata delle tue tasche, cosa no. E poi di nuovo negli abissi della velocità, un cerchio rosso, una linea blu lo spacca a metà, ancora i colori di un dedalo di rotaie, un altro menù: il menù più speciale che c’è, quello della città, la città di London, la città di cui hai già una fame inestinguibile.

Mind the gap, please mind the gap. Altoparlanti, voci delle radici di Londra, metropolitana, basker che schitarrano con competenza One dei Metallica o soffiano nel giallo oro cromato di un sax che ha vissuto chissà quali avventure le mille note nere di un assolo jazz. Magari invece era il tema di un famoso pezzo jazz, ma io di jazz – ahimé – non me ne intendo. Tutti nel loro apposito spazio dedicato, i basker, agli incroci della subway. Agli incroci, come il diavolo. Diavoli della musica del sottosuolo. Mind the gap, please mind the gap.

Beep, peeeee, wroooom, ding ding, blablabla. Rumore, rombi, esplosioni di clacson, vociare confuso in una lingua che sulla carta hai studiato, ma che ora non ti serve più, anzi no, una babele di lingue, tra cui riconoscerai di certo anche l’italiano, a migliaia di miglia da casa. Spazio aperto, incrocio, edifici in stile vittoriano, megaschermi. Brulicare di gente, che corre mangia chiacchiera compra urla predica La fine del mondo è vicina. Una drag queen dal dubbio gusto in posa statuaria tenta di convincere gli impassibili bobbies che non sta facendo nulla di male. Picadilly Circus. Il centro di Londra. Il cuore pulsante di Londra. Tu-tump, tu-tump. Rosso. Le cabine del telefono. Nero come la pece, macchiato da oro consumato dallo smog: i taxi. Il traffico di Londra. Uguale a tutto il resto del mondo. Il problema è che all’arrovescio. Un traffico speculare.

Esplosioni. No, non clacson ora. Esplosioni etniche, esplosioni cromatiche, esplosioni olfattive. E’ il grande circo/crogiolo culturale/meltin’pot messo in atto all’istante: il Camden Market, calderone dove il sublime sposa l’infimo, Babele di oggetti. Carnevale perenne. E’ una violenza ai sensi, continua, ininterrotta. Profumo di hamburger preparati a mano si mescola con noodles thailandesi, capre africane in salsa chissaché ti passano sotto le narici saltellando con involtini primavera fritti strafritti, sushi giapponese si confonde con crauti e würstel. Nero, marrone, giallo, rosa, bianco. I colori delle persone. Tutto mescolato insieme, tutto mescolato alla merce esposta.

Frshhhhhhhhhhhhhhhhhh. Cipolla sfrigolante. Rosso ketchup. Bianco e azzurro, il grembiule del preparatore di un ottimo hot-dog lungo la strada. Oro, oro ammiraglio Nelson. Bianco, tanto bianco, musei, fontane giganti, verde erba di prato all’inglese. E come, altrimenti? In un colpo d’occhio Trafalgar Square, immersa nel nero della notte, le luci inebrianti del traffico.

Verde, verde Brewmaster, pub dove mi spillano un marrone ristoratore, un marrone godimento, un marrone scuro. Scuro Guinness. Ahhh, la Guinness appena spillata. Con competenza, aggiungerei. Luci un po’ più confuse mentre torno all’ostello: la stanchezza e un numero imprecisato di pinte. Rumori della notte, appena più ovattati di quelli del giorno. Un pugno in un occhio, l’arancione fluorescente dei muri dell’ostello low-cost. Due ragazzi si baciano violentemente lungo le scale.

Ta-clack: entro nella mia stanza, la finestra aperta da cui filtra l’aria frizzante della notte londinese. Le palpebre si chiudono.

Nero.

Good night, London.

Il primo vento freddo di fine ottobre sferzava le orecchie pelose di Immanuel, bancario berlinese di 53 anni. Un uomo tutto d’un pezzo, tutto casa e lavoro. Niente moglie, niente figli. Il sottile mormorio di colleghi, vicini di casa e amici circa una sua presunta omosessualità lo infastidiva appena. Col tempo aveva imparato a non darci peso. Poi, ora come ora, gli sembravano questioni insignificanti.

Un vero lavoratore. Immanuel quel giorno si era svegliato come al solito di buon mattino, la sveglia fissata alle 4 e 45 minuti. Si era vestito in fretta, pantaloni e casacca che iniziavano a essere lisi, ma non importava. Poi la colazione: un appuntamento consueto con una brodaglia che veniva chiamata caffé. “Eh, il caffé all’italiana è ben altro”, si ripeteva memore del ricordo di quella bellissima vacanza in Italia. Inghiottì il suo mezzo litro circa, non c’era altro, e via al lavoro.

Uno stakanovista lo era sempre stato, quindi per lui non era di certo un problema presentarsi per le 6. Non era un problema neppure fare sette ore filate di lavoro. Il lavoro era il suo compagno da una vita. Pazienza, quello di prima era migliore, certo: non era un’occupazione in cui bisognava sporcarsi le mani, e lui odiava sporcarsi. Ma ora il convento passava questo, e lui si adattava, pur provando repulsione per la sporcizia, il sudore e gli odori che stare in quel nuovo posto comportava.

Ore 13. Il pranzo, finalmente: via, in marcia coi colleghi verso la mensa. Dopo sette ore lo stomaco si lamentava, specie dopo la misera colazione che era abituato a fare. Un bel minestrone. Certe volte puzzava di marcio, certe volte gli aveva fatto venire i crampi allo stomaco. Era sicuro che nelle cucine lesinavano sulla qualità delle verdure, ma non si sarebbe mai sognato di protestare. Il dipendente modello.

Ore 14. Via, di nuovo in marcia per tornare al lavoro con i compagni e poi stare lì, a testa bassa, fino alle 19. Altre cinque ore di lavoro intenso. A fine giornata, dopo tutta quella fatica, non desiderava altro che darsi una lavata, uno che teneva all’igiene personale come lui. Levarsi di dosso la polvere, il sudore di una giornata di lavoro intensa. Di un’intensità che non era paragonabile a quella della banca dove prima era impiegato. “Mi abituerò”, si ripeteva. In quel momento l’unico pensiero fisso era lavarsi, non ne poteva più: il tanfo era insopportabile. Poteva praticamente sentire lo sporco prendere vita sulla sua pelle, sulla sua divisa da lavoro. La sirena decretò la fine delle fatiche quotidiane mentre questi pensieri attraversavano la sua testa.

“Immanuel Gondelmann!”, si sentì chiamare da uno dei suoi capi mentre con piglio asciutto e imprenditoriale continuava a radunare altri suoi colleghi. Una riunione? “Seguiteci”, ordinò uno dei funzionari. Il gruppo di dirigenti e lavoratori iniziò a camminare ordinatamente. Durante il breve tragitto, il primo vento freddo di fine ottobre sferzava le orecchie pelose di Immanuel, un sole malato che tramontava all’orizzonte guardava quella fila di persone in movimento. “Entrate”, disse laconico Herr Grüber nella sua sobria mise grigioverde. La porta che stava di fronte a loro si aprì.

Percorsero un lungo corridoio e all’improvviso una luce forte lo investì. Non riusciva a credere ai suoi occhi: di fronte a lui c’era uno spogliatoio. Panche disposte parallelamente su cui appoggiarsi, su cui lasciare i propri vestiti sporchi. In fondo alla stanza, sulla parete di fronte a lui, una porta con su scritto Dusche. Quella parola lo rimise al mondo. Pregustava già la bella sensazione di pulito, la bella sensazione di essere in ordine. Non poteva desiderare un premio migliore di una zona per l’igiene personale. I capi non avevano chiamato tutti: probabilmente solo chi aveva lavorato sodo aveva accesso a quel luogo. E Dio solo sapeva quanto lui lavorasse sodo.

“Spogliatevi”. Il fatto che i suoi superiori rimanessero lì mentre lui e i suoi compagni si preparavano per lavarsi lo stupì, ma non volle farsi domande. Mentre si levava i pantaloni, un addetto passò e gli consegnò asciugamano e sapone. Di certo non di prima qualità, ma in questo momento non badava di sicuro a queste quisquilie. La giornata di lavoro era stata talmente dura che non si ricordava quando si era fatto un bagno caldo o una doccia per l’ultima volta. Gli sembrava un’eternità. “La stanchezza gioca brutti scherzi alla memoria”, pensò.

Clang. Il rumore che fece la porta in fondo allo spogliatoio lo risvegliò da questi pensieri e i suoi colleghi, tutti quanti nudi, iniziarono a defluire verso la stanza che li aspettava. Li seguì immediatamente. Un altro lungo corridoio, un’altra porta e poi… docce. Docce! Finalmente. Finalmente si sarebbe lavato via quella puzza, quel sudore, quella stanchezza infinita.

Clang. La porta si chiuse dietro Immanuel e i suoi colleghi. Le luci si spensero. “Un black-out”, pensò tranquillo Immanuel. L’attesa mentre tornava la luce avrebbe reso la doccia ancora più piacevole. Ma la luce non tornò.

Fsssssssssssssssss. Immanuel sentì una nebbiolina intorno a sé, niente acqua. “Le docce devono avere un guasto”, si disse spazientito. Colpi di tosse intorno a lui, nell’oscurità. Poi, all’improvviso, una stretta alla gola.

Il primo vento freddo di fine ottobre sferzava la sera. In una baracca adiacente agli spogliatoi, un alto comignolo rettangolare fatto di mattoni iniziava a borbottare una scia nera. Una foglia secca passava davanti a un cancello di gelido ferro che contorcendosi andava a creare la scritta ARBEIT MACHT FREI.