Un’epifania.

06/02/2012

Mentre puliva il coltello, si rese conto che l’amava ancora.

La neve era caduta abbondante, a Cesena. La memoria degli anziani correva al ’29, ma nemmeno i loro brandelli di memoria ricordavano nulla di simile. Era il 2012, e molti fantasticavano sui segnali della prossima fine del mondo prevista dai Maya.

Giovanni si alzò e diede un’ultima passata all’enorme lama con la quale l’aveva rabbiosamente fatta a pezzi. Lo straccio che prima era bianco, ora era completamente macchiato di rosso. Rosso sangue. Ripose il coltello nella lavastoviglie e nel farlo le voltò le spalle: lei stava immobile sul tavolo. Giovanni aveva menato un fendente dopo l’altro, furibondo, e il lavoro si era concluso in poco tempo.

Mentre szock trapassava szock le sue carni szock, i suoi muscoli szock, si stupiva lui stesso szock di quanto gli riuscisse facile szock una gesto così schifoso szock, ripugnante szock. E più vibrava colpi con quella lama affilata e pesante, più sentiva che la rabbia, il rancore per tutti quegli anni di litigi, di sotterfugi, di bugie, svanivano. E allora colpiva con più forza. Le ossa si schiantavano, sciòck, le fibre di carne si dividevano. Era una liberazione. Sangue. Tutto ciò che di negativo c’era stato nel loro lungo rapporto di coppia stava sparendo sotto il filo tagliente di un coltello da macellaio. Stump, calò la lama per l’ultima volta.

Giovanni si sentì purificato, in pace con se stesso: si era gettato alle spalle tutta la negatività di quel rapporto. Ora era finita, nel peggiore dei modi certo, in tragedia potremmo dire (quale storia d’amore che finisce non lo è, d’altra parte), ma fino a quell’istante non aveva provato un filo di rimorso. Accadde solo quando, poco dopo, prese uno straccio bianco per ripulire la lama dal sangue e dalle fibre di carne: si rese conto che l’amava ancora.

Conscio di questo inaspettato sentimento che si faceva strada in lui, Giovanni si diresse, fingendo indifferenza, verso il camino dove bruciava allegro un fuoco. Un mare di ricordi lo travolse, un mare di ricordi felici che facevano da contraltare a tutti quelli tristi. Cercò di non pensarci, tentò di scacciare quella tempesta di memorie: quel che era fatto, era fatto. Controllò l’abbondante brace col cuore in subbuglio e andò verso il tavolo dove poco prima aveva sfogato la sua rabbia su di lei. Scelse il pezzo che più lo ispirava e impacchettò il resto in grandi buste da conservazione che ripose nello spazioso freezer: sarebbe stato a posto per qualche giorno, in barba ai fiocchi di neve che fuori continuavano a cadere abbondanti, sferzati da un vento che li faceva turbinare incessantemente.

Una lacrima improvvisa solcò il suo viso. Provò di nuovo a ricacciare quei pensieri da dove erano venuti e preparò un ampio mucchietto di brace sopra il quale pose la graticola. Stese con cura sopra il ferro arroventato il pezzo di carne che teneva in mano e quello iniziò a sfrigolare. Frshhhhhhhhhhhhhhhhhhhh. Niente da fare: non riusciva a credere a ciò che aveva fatto. La consapevolezza dell’amore che provava ancora per lei – nonostante tutto quello che gli aveva fatto passare – cresceva ogni secondo di più. Aveva fatto un errore tremendo, il senso di colpa incombeva sul suo animo tormentato.

Provò a distrarsi andando a prendere una bottiglia di vino rosso, non doveva cedere allo sconforto. La stappò, si versò un bicchiere generoso di Sangiovese, ripose il tutto sul tavolo di fronte al fuoco, tavolo che aveva apparecchiato ancora prima di iniziare a tagliarla. Un’altra lacrima rigò il suo volto. In quel momento preciso seppe di essersi pentito di ciò che aveva fatto. In quel momento preciso seppe che avrebbe chiesto scusa. Che sarebbe tornato da lei, se lei avesse voluto. Sapeva cosa doveva fare, ma prima si concesse quell’ultimo piacere solitario.

Prese il forchettone, la ripose sul piatto. Un filo d’olio, qualche grano di sale grosso. Prese forchetta e coltello e quando la tagliò uscì un piccolo rivolo di sangue: gli piaceva poco cotta. Quella fiorentina che aveva tagliato lui stesso, quella fiorentina sulla quale aveva sfogato la sua rabbia, era deliziosa: puro burro. Godeva nei sensi per quella tenerezza che masticava in bocca, godeva nello spirito perché aveva capito che non era finita, nonostante tutto. Giovanni si gustò la sua cena. Raccolse il cordless appoggiato di fianco a lui sul divano, digitò il numero di lei.

Il cuore gli batteva forte.

Tuuuuu… tuuuuu… tuuuuu…

“Pronto?”

“Ciao, amore. Sono io. Vorrei parlarti.”

La neve continuò a cadere ovattata sulle parole di Giovanni e Chiara che in quella fredda serata di gennaio tentarono di rimettere insieme i pezzi del loro rapporto.

[da un'idea di Giulio Mozzi]

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